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Tris di rossi toscani d’eccellenza

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rossi toscani d'eccellenza: Brunello, Vino Nobile e Chianti

Se si parla di vini rossi, e toscani, ci si trova davanti ad una ampio e variegato elenco di ottimi prodotti: dal Carmignano ai vari Chianti, dal Montecucco al Morellino ed altri ancora. Una terra ricchissima di arte, di storia, di bellezze naturali non poteva non essere ricca anche di bontà enologiche e gastronomiche.

Ho selezionato, però, quello che ritengo essere, al momento, il meglio della produzione enologica toscana.

Il Brunello di Montalcino DOCG

Sicuramente uno dei più conosciuti e apprezzati vini nel mondo, viene prodotto nella zona di Montalcino appunto, a circa 40 km a sud di Siena, nella provincia medesima.

Intanto qualche precisazione sul nome che non è quella del vitigno, né tantomeno di una zona precisa o di una famiglia che ne ha avviato la produzione.

Con Brunello gli abitanti del posto da sempre indicavano l’uva per la produzione di vino, confondendola quindi con il vitigno che invece, a partire dalla fine del XIX secolo, fu stabilito fosse il Sangiovese. Da allora il nome è rimasto ad indicare il vino che si produce utilizzando il solo Sangiovese, come da disciplinare.

La storia del Brunello, come la maggior parte delle realtà enogastronomiche, ha radici molto lontane nel tempo. Durante il Medioevo, infatti, la zona di Montalcino era già abbastanza nota per le sue spiccate attitudini nella produzione di un ottimo vino rosso dalle caratteristiche robuste di sapore e di grado alcolico. Molte sono le testimonianze a noi pervenute che confermano la qualità e la bontà dei vini di questa zona. E’ un territorio, infatti, quello di Montalcino che estendendosi su tutta la fascia collinare tra i 100 e i 600 mt s.l.m., con il mar Tirreno a pochi kilometri e l’Appennino alle spalle, i terreni sabbiosi e argillosi e la presenza costante e misurata di sole, vento e pioggia, fanno di queste colline, per la combinazione climatica che ne deriva, un luogo ideale per la viticoltura.

Eppure, cosa abbastanza singolare, nella metà dell’Ottocento, Montalcino era molto conosciuta per un vino bianco dolce, il Moscadello.

Fu un farmacista, un certo Clemente Santi che, intorno alla metà dell’Ottocento volle sperimentare in quella zona la possibilità di produrre un vino rosso dalle caratteristiche singolari.

Dopo diversi tentativi arriva il primo riconoscimento: è il 1869 e il vino Brunello vince la medaglia d’argento in un concorso a Montepulciano. Da quel momento in poi, il Brunello cominciò a vivere di vita propria tanto che altre famiglie del posto iniziarono anch’esse a produrre questo vino. All’incirca verso la fine del secolo XIX, il nipote di Clemente Santi, Ferruccio Biondi Santi eredita la tenuta dal nonno e dà un ulteriore impulso alla produzione, mentre il Brunello viene apprezzato e premiato sia in Italia che a livello internazionale.

Le vicissitudini delle due guerre mondiali non aiutano la diffusione del Brunello che risulta ancora prodotto in quantità modeste. E’ solo nel secondo dopoguerra che alcuni produttori, tra cui la famiglia Biondi Santi in particolare, si accordano per far ripartire la produzione e determinare le regole comuni di questa. Da questo momento in poi, il Brunello di Montalcino spicca il volo per diventare uno dei migliori vini d’Italia, riconosciuto sia in casa che all’estero.

Caratteristiche

 Ottenuto da uve Sangiovese in purezza, il Brunello di Montalcino si presta a lunghi invecchiamenti anche se quelli in commercio devono, per disciplinare, aver superato almeno i 5 anni di affinamento in botti di diverse grandezze e di solito in legno di rovere, 6 anni per la denominazione “Riserva”.

Si presenta con un colore intenso e brillante che vira verso il granata. Ha un profumo persistente che richiama note di sottobosco, di frutti e di legni aromatici. Grazie al suo corpo aromatico elegante si presta molto ad abbinamenti con piatti strutturati, specie di carne rossa o di selvaggina, contornate da funghi e tartufi. Oltre alle carni, anche i formaggi stagionati come il pecorino o le tome sono ottimi compagni.

Come la gran parte di queste tipologie di vini, il Brunello va assaporato a piccoli sorsi da calici a forma di tulipano dotati di una bocca ristretta che serve a trattenere parte degli aromi che si sprigionano durante la decantazione e l’ossigenazione, appena dopo l’apertura della bottiglia.

La temperatura ideale per la sua degustazione è tra i 18 ed i 20 gradi.

Il Brunello di Montalcino ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) nel 1980, successivamente modificato dal Decreto del 1998.

Le bottiglie disponibili per questo vino regale sono delle seguenti capienze: 0,375 litri, 0,500 l, 0,750 l, 1,5 l, 3 l, 5 l.

Il Chianti classico DOCG

Questo vino proviene da una terra antichissima, il Chianti appunto, particolarmente vocata, come abbiamo già avuto modo di vedere, alla produzione di vino di qualità. Già conosciuta al tempo degli etruschi e dei romani, le prime tracce di questo nome risalgono al 1200 quando su alcuni documenti compare la Lega del Chianti, costituita a Firenze per difendere i propri interessi da altre località limitrofe che producevano un vino rosso utilizzando il Sangiovese. Il simbolo di questa Lega era un gallo nero su uno sfondo dorato e rappresenta oggi l’emblema del Consorzio di Tutela del Chianti Classico. Il primo riferimento al vino prodotto nella zona è datato 1398 in un documento notarile. Nel 1716, Cosimo de Medici istituì, attraverso un bando, la zona che doveva essere compresa per la produzione (e la tutela) del vino rosso del Chianti, una forma di DOC ante litteram. Verso la fine dello stesso secolo il Granduca di Toscana, Ferdinando III, volle suddividere il Granducato in comunità e province e la zona del Chianti venne riorganizzata secondo i criteri risalenti ai tempi della Lega. Ancora oggi, sono infinite le discussioni che hanno per oggetto la reale appartenenza o meno di alcune aree alla zona del Chianti.

Tornando al vino, fino alla fine del ‘700, questo veniva prodotto esclusivamente con uve Sangiovese, come il Brunello, ma a partire dai primi del ‘800 vennero ammessi altri vitigni in misura non superiore al 20%, per migliorarne la qualità.

Seguirono diverse sperimentazioni di miscele fino a che il barone Ricasoli ne presentò una variante, da lui ritenuta la più idonea, che poi sarebbe diventata la base del vino Chianti: 70% di Sangiovese, 15% di Canaiolo e 15% di Malvasia. A questi vitigni, successivamente, si aggiunse anche il Trebbiano, vitigno a bacca bianca, che però oggi non è più ammesso dal disciplinare del Chianti Classico, ma sono stati ammessi anche uve a bacca rossa non autoctone come il Sauvignon e il Merlot.

Non essendo, la piccola zona del Chianti, nelle capacità di rispondere alla crescente domanda, venne pian piano a diffondersi, nelle zone limitrofe la produzione di vino rosso similare che veniva venduto come Chianti a tutti gli effetti. Questo comportò, per i produttori di quello originale, la necessità di dar vita ad un organismo che ne tutelasse la qualità e l’origine. Nacque così, nel 1924, il Consorzio per la difesa del vino Chianti che successivamente ricevette un riconoscimento con decreto ministeriale che consentiva al detto Consorzio di avvalersi del diritto della specificazione “Classico” in quanto prodotto nella zona storica, prima volta in cui emerse questa definizione.

Ma questa era ancora una denominazione facente parte della DOC riconosciuta nel 1967. Soltanto nel 1996 venne riconosciuta al Chianti Classico la DOCG che ne faceva una denominazione autonoma rispetto a quello generico.

Il disciplinare del Classico prevede la possibilità di produrre il Chianti con il Sangiovese in purezza o secondo la tradizionale “ricetta” del barone Ricasoli accogliendo di fatto la pratica di alcuni produttori che avevano sempre prediletto, per tradizione e per distinzione, la produzione con il 100% di uva Sangiovese.

Caratteristiche

Il Chianti Classico, se invecchiato per almeno due anni e affinato in bottiglia per 3 mesi può fregiarsi della qualifica “Riserva” purché il grado alcolico non sia superiore ai 12,5 gradi. Solo le uve migliori sono destinate alla Riserva che rappresenta il 20% della produzione totale.

Nel 2013 il disciplinare è stato modificato con l’introduzione della denominazione Gran Selezione. Questa si ottiene da uve provenienti esclusivamente dall’azienda, coltivate secondo regole severe da vigneti più idonei dal punto di vista qualitativo.

Il Chianti Classico DOCG deve invecchiare almeno 11 mesi prima della sua consumazione ed avere un grado alcolico non inferiore a 12. Ha un colore rosso rubino che tende al granata, un odore ed un gusto asciutti e sapidi.

Per le sue caratteristiche tanniche di basso contenuto, il Chianti Classico può essere ben abbinato con carni rosse alla griglia, mentre per piatti più strutturati è consigliabile la Riserva.

Come tutti i vini rossi di una certa qualità, anche il Chianti deve essere ossigenato aprendo la bottiglia qualche ora prima di consumarlo e versato nei famosi calici a tulipano con bocca ristretta.

In alternativa, usando un decanter, lo si fa ossigenare per una manciata di minuti prima di servirlo. L’importante è che la temperatura di servizio, ideale per la sua degustazione, sia tra i 16 ed i 18 gradi.

Il Nobile di Montepulciano DOCG

Prodotto nel luogo omonimo, in provincia di Siena, già conosciuto e abitato dagli antichi Etruschi, questo vino ha radici storiche molto profonde che risalgono al I secolo d.C. ma le citazioni più frequenti si fanno risalire al secolo XVIII quando si parla per la prima volta di vino Nobile. L’artefice indiscusso, però, dell’ascesa di questo vino è sicuramente Adamo Fanetti, un viticoltore ambizioso e determinato che con la sua produzione prese parte a diverse Mostre Mercato di vini, svoltesi in Toscana intorno ai primi anni del ‘900.

Fu lui a riprendere la dicitura di Vino Nobile di Montepulciano rispetto a quella in uso a quel tempo e ne fece un vino di gran successo che ottenne molti consensi, compreso quello di un grande come Tancredi Biondi Santi. Alle Cantine Fanetti si deve dunque la promozione e la diffusione del Nobile specie negli anni del boom economico, quando ottenne la DOC (1967), e qualche produttore di Chianti si convertì alla produzione del Vino Nobile andando a costituire la Vecchia Cantina per la commercializzazione del prodotto. Nel 1980 il Nobile ottiene la DOCG, primo fra tutti i vini italiani, poi modificata nel 1999.

Si produce con una base ampia di Sangiovese, che a Montepulciano viene chiamato Prugnolo gentile, per un 70%. Gli altri vitigni ammessi sono quelli coltivati in Toscana con una percentuale, che per quelli a bacca bianca, non può superare il 5%. Tra questi ricordiamo il Mammolo, il Canaiolo Nero ed il Colorino.

Prima della sua commercializzazione, il Vino Nobile, deve essere invecchiato per almeno due anni con diverse metodologie a scelta del produttore che vanno dalla sola botte di legno ad altre che prevedono, oltre alla botte, il passaggio in bottiglia o in altro recipiente.

Superati i 3 anni di invecchiamento, di cui 6 mesi di affinamento in bottiglia, il Nobile con un grado alcolico di 12,5% può fregiarsi dell’etichetta Riserva, purché vi sia stato un invecchiamento in botte di almeno 12 mesi. Sono ammesse, al fine di elevare la qualità del prodotto, aggiunte di altre annate, sempre di Vino Nobile, che non superino però il limite del 15% massimo.

Caratteristiche

Il vino Nobile di Montepulciano, che per correttezza non va però confuso con il Montepulciano d’Abruzzo DOC, è prodotto in un’area collinare che va tra i 300 ed i 600 m sul livello del mare.

Il suo aspetto è caratterizzato da un colore rosso rubino che tende al granata in fase di invecchiamento, con un bouquet di profumi intensi che ricordano sia fiori che frutti ed un sapore asciutto e persistente con chiare note di legno.

Per la sua struttura, si presta molto bene ad accompagnare piatti di carne rossa e bianca alla griglia, mentre per la selvaggina o per formaggi stagionati e più strutturati si consiglia un vino altrettanto strutturato come la Riserva, anche se è abbastanza diffuso l’abbinamento tra il Nobile e formaggi stagionati come Parmigiano Reggiano e pecorino.

La temperatura di servizio ideale è tra i 18 ed i 20 gradi da mescere nei soliti calici a tulipano dopo aver aperto la bottiglia qualche ora prima o ricorrendo alla ossigenazione con decanter.

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Francesco Coccia

Sono Francesco Coccia e ormai, sulla soglia dei 50 anni, il cosiddetto “giro di boa”, finalmente posso dire di aver dato sfogo alla mia passione. Di cosa si tratta? Beh, potreste dire che è alquanto semplice intuire che mi piaccia il buon mangiare ed il buon bere, ma non è solo questo. Quello che amo di un buon piatto o di un buon vino è, oltre alla qualità ed al sapore, la sua storia. Da dove proviene, chi ne è stato l’artefice, qual è la tradizione a cui è legato così come il territorio che ne rappresenta la sua culla. Mi piace andare a ritroso alla ricerca delle radici più profonde. Se volete, è un po’ come conoscere e scoprire la storia di una persona, per certi versi.

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